Distanziamento sociale
Forse lo eravamo anche prima… soli, lontani.
Solo che non ce lo dicevamo. Affogavamo rimpianti, insuccessi, piccole schermaglie quotidiane nella centrifugata consuetudine. E sembrava andare tutto nel migliore dei modi. Bastava non alzare il tappeto, non aprire le porte degli armadi, le finestre. Restare sospesi, e vagare dalla casa al lavoro, dal lavoro al supermercato, dal supermercato al soggiorno, con una tavola imbandita piena di amici e sorrisi, dove infiocchettare nei discorsi ripetitivi e consunti, ricordi di come eravamo. Ma come eravamo?
Avevamo gli sguardi, non sapendo di avere tutto.
Avevamo gli sguardi. Quelli delle madri puntati su noi figlie, affinchè non oltrepassassimo mai il confine: della decenza, dell’impertinenza. Quelli dei padri, a difesa della nostra incolumità. Quegli sguardi che trapassavano le mura domestiche e sentivamo addosso, temendoli ogni volta che osavamo chiedere di più. Che tenevamo bassi sul piatto della minestra dove scendevano copiose le lacrime perché non erano le parole a ferirci. Bastava lo sguardo.
Avevamo gli sguardi. E sfidavamo i compagni di gioco, non abbassandoli mai, altrimenti era fatta. Tenendo testa alle compagne di scuola smorfiose. Quegli sguardi che guardavano fuori dalle finestre di aule sempre troppo gremite, soprattutto durante le ore di lezione più faticose, fantasticando del tempo che ci attendeva là fuori.
Avevamo gli sguardi. Quelli che si intrecciavano con mia sorella durante i lunghi viaggi d’estate, nella corsa all’indietro, dove i padri tornavano figli e noi le cittadine da corteggiare. A cercare le targhe, i modelli, i colori. Sempre con il naso attaccato al finestrino.
Avevamo gli sguardi alle fermate del pulman, durante gli scioperi studenteschi, alle assemblee indette all’ultimo momento. A cercare nel corteo le persone più care, per manifestare insieme e gridare a squarciagola.
Avevamo gli sguardi che ci permettevano di capire il detto e il non detto. Il confine tra la menzogna e l’ingiustizia. A cercare negli schedari delle biblioteche il libro, quello giusto, che ci avrebbe insegnato a comprendere. A cercare di imparare a memoria le canzoni preferite, quelle da cantare insieme davanti al fuoco.
Avevamo gli sguardi, che portavano l’altro dritto nel nostro cuore. Prima delle parole, prima della vicinanza fisica. E sulla scia dello sguardo si suggellavano promesse.
Avevamo gli sguardi. A posarsi sui paesaggi incontaminati, sui prati ancora odorosi e sulle strade sempre piene di noi.
Avevamo gli sguardi che non si voltavano dall’altra parte, che indagavano, che preannunciavano domande, intenzioni, desideri. Che non si fermavano mai e registravano incessantemente i cambiamenti, che fissavano nella memoria il prima e il dopo. Così che non si potesse poi raccontare una cosa diversa. Che non si potesse dire, tanto è lo stesso, perchè non è mai stato lo stesso.
Avevamo gli sguardi, pieni di rabbia, di dolore, ma anche di amore e di felicità.
E avevamo gli abbracci, spalle nelle spalle, mani serrate sulle scapole dell’altro quasi a dire io non ti lascio, qualsiasi cosa accada.
E avevamo le parole, sussurrate, urlate, vomitate, lanciate oltre l’orizzonte, che non era mai il nostro. Avevamo le parole sconnesse, farneticate, arpionate alla nostra pelle, così che mentre le porgevamo, sentivamo il corpo soffrire. Avevamo le parole dette, scritte, lette, vive che si nutrivano delle nostre idee, dei nostri ideali, dei nostri progetti.
Tutto era maledettamente fisico, tutto attraversava il corpo. L’amore, la politica, la famiglia, l’amicizia.
E la lealtà, la giustizia, la coerenza, la responsabilità non erano concetti astratti. Erano tiranti che fissavano la nostra esistenza alla storia collettiva. L’unica storia, ancora oggi, degna di essere raccontata.